Se c'è un problema sociale o anche etico i giornalisti, oltre ai preti, non vanno a chieder lumi a Severino, a Veca, a Rovatti, a Viano, a Ceronetti ma a Fiorello, a Jovanotti, a Celentano, ad Alba Parietti. Ed Edoardo Sanguineti, molto omaggiato post mortem, chi l'ha mai visto in Tv? Probabilmente era troppo brutto per avere diritto di apparire sul piccolo schermo.
La Televisione, dopo la straordinaria e irripetibile stagione di Ettore Bernabei, ha distrutto la cultura e direi anche la società italiana. E oggi, adoratori di idoli di cartapesta anzi di plastica, abbiamo ciò che ci meritiamo. Del resto lo stesso Bernabei aveva avvertito: “La televisione ha un potenziale esplosivo superiore a quello della bomba atomica".
martedì 25 maggio 2010
Massimo Fini: "Il regime degli show men"
Concordo con quanto dice Massimo Fini, in questo stralcio tratto da un articolo pubblicato oggi ("Tv, il regime degli show men", Il Fatto Quotidiano, pag. 18):
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Scusa Auro, ma Massimo Fini conclude l'articolo proprio con la citazione di Bernabei, che merita di essere riportata per intero, perché dà corpo e sostegno all'argomentazione.
RispondiElimina“La televisione ha un potenziale esplosivo superiore a quello della bomba atomica. Se non ce ne rendiamo conto rischiamo di trovarci in un mondo di scimmie ingovernabili. Io dico che la tv di oggi è come la medicina del Settecento quando i barbieri facevano i chirurghi. Oggi per diventare chirurghi bisogna studiare 15 anni mentre per diventare una star della tv basta qualche apparizione."
Per il resto, al contrario di Fini io non nutro particolare rimpianto per la direzione RAI di Bernabei, né ritengo vero in assoluto che la televisione abbia distrutto la cultura e la società italiana, mentre è stata ed è obiettivamente un complesso fattore di cambiamento socio-culturale.
Il problema su cui riflettere è appunto l'orientamento di tale cambiamento, o in altri termini - oltre alla qualità degli attori - se e a quali princìpi si debba informare la comunicazione, perché in particolare la televisione sia una migliore maestra.
Cito nuovamente il miglior Bernabei, per portare il ragionamento più in là.
"... l'enorme sistema di comunicazione attuale, pur meraviglioso, è un bombardamento che lascia l'uomo spogliato del senso di mistero. Occorre riportare il mistero e il rapporto con Dio al centro della comunicazione, perché c'è una totale dimenticanza dell'esistenza di Dio. È difficile che Dio venga bestemmiato, ma viene facilmente dimenticato. Nessuno prende il rischio di dire che Dio è morto, ma i grandi ispiratori della comunicazione ne tacciono, come se non esistesse. Così tutto l'intrattenimento televisivo, tutta la comunicazione su rete, lo evita, come se ci fossero solo l'immanenza, la tecnologia, la scienza umana. Tutto questo sta alla radice dell'inquietudine e dell'infelicità di tanti. Si ha tutto a disposizione, ma manca la felicità."
Grazie per il contributo, Troglobio, ma trovo la citazione di Bernabei tendenziosa e fuorviante. Nell'uomo consumatore di televisione manca spesso la felicità (a meno che non sia un tifoso dell'Inter di questi tempi), ma chi ha detto che la televisione possa e debba dare felicità? E chi ci assicura, a parte Bernabei, che la soluzione migliore sia "il rapporto con Dio al centro della comunicazione"? Il cosiddetto bisogno di trascendenza è un portato culturale di società psichicamente squilibrate. Esistono, o sono esistiti, gruppi umani che non hanno avuto bisogno di illusioni pseudospirituali per ritrovare la felicità, perché non l'avevano mai perduta. Ne parlerò, tempo e voglia permettendo, prossimamente su questo blog.
RispondiEliminaLa televisione etico-religiosa, che del resto già dobbiamo sorbirci a causa dell'ossessiva presenza del Vaticano in Italia, è forse il male peggiore di tutti, se non fa che giustapporre dogmi e vuote parole di ossequio a una società che va in tutt'altra direzione (vedi pupe e secchioni, e tutta la spazzatura mediatica a base di esibizione di tette finte e provocazioni sessuali della più volgare e deprimente specie).
Per quel che ne so, il bisogno di trascendenza parrebbe invece proprio il più elevato nella gerarchia dei bisogni umani, come spiega bene la psicologia umanistica. La questione della felicità - e della felicità nella comunicazione - andrebbe vista dunque nel quadro del soddisfacimento di questi bisogni.
RispondiEliminaIncidentalmente, sulla felicità Fini ha scritto una volta:
"Questa società che ha stolidamente osato proclamare, nella Dichiarazione di Indipendenza americana, il "diritto alla ricerca della felicità" (parola proibita che non dovrebbe mai essere pronunciata) che poi, dall'edonismo straccione contemporaneo, è stato introiettato come un diritto "tout court" alla felicità , ha dimenticato il grande valore pedagogico del dolore, della sofferenza, della privazione."
In fondo, quello che sostiene Bernabei non è affatto una mostruosità e lo trovo sopportabile nell'ambito di una comunicazione veramente pluralista.
Lo stesso Fini non contesta che in televisione vengano interpellati i preti, ma piuttosto stigmatizza che siano di regola persone di senso comune a formare l'opinione. E cita infatti Bernabei, che ripete quanto sostenuto a suo tempo da Karl Popper nella sua polemica sull'uso non qualificato - e umanamente qualificante - del mezzo televisivo e i gravi rischi per la mancanza di un adeguato sistema di autoregolamentazione.
Caro amico, un conto è che in televisione vengano interpellati *anche* i preti (cosa doverosa, in una società pluralista), altra cosa è "riportare il mistero e il rapporto con Dio al centro della comunicazione, perché c'è una totale dimenticanza dell'esistenza di Dio".
RispondiEliminaSono d'accordo sul fatto che occorrerebbe fornire ai telespettatori modelli etici e culturali alternativi, rispetto allo squallore quotidiano che va in onda in TV, basato su dosi da cavallo di crassa ignoranza e volgarità. Non sono però minimamente d'accordo sulla proposta-Bernabei.
Dio per me è solo una vuota parola, che nasconde l'arcaico e infantile bisogno di una certa parte dell'umanità di essere tutelato da una sorta di buon padre di famiglia cosmico.
C'è certamente bisogno di spiritualità nel mondo di oggi, ma una visione spirituale può essere sviluppata con l'esercizio della sensibilità verso la realtà concreta - animata e inanimata - che ci circonda.
La "trascendenza" non è un bisogno, è un *veleno* della mente, che risale indietro nei millenni fino a Platone (per quanto riguarda l'Occidente) e serve soprattutto a giustificare l'esistenza di una casta sacerdotale privilegiata, la cui abilità principale è quella di subornare i deboli d'intelletto e di cultura, facendo credere loro di avere in tasca le chiavi per accedere alle beatitudini di un inesistente aldilà.
Registro il tuo punto di vista e il giudizio très tranchant. Ti riporto allora il pensiero di Tzvetan Todorov, a conclusione di una riflessione sul XX secolo, il "secolo delle Tenebre" secondo questo autore (in contrapposizione al "secolo dei Lumi"), caratterizzato dal fenomeno del totalitarismo.
RispondiElimina"Di che cosa ha bisogno l'uomo? Gli abitanti dei paesi democratici, o per lo meno i loro porta parola, hanno frequentemente creduto che egli non aspiri che alla soddisfazione dei suoi desideri immediati e dei suoi bisogni materiali: più comfort, maggiori facilità, più svaghi. Gli strateghi del totalitarismo si sono rivelati, a riguardo, migliori antropologi e migliori psicologi. Gli uomini hanno certamente bisogno di comfort e di piacere; ma per di più, in modo meno percettibile e tuttavia più imperioso, hanno bisogno di beni che il mondo materiale non procura loro: pretendono che la loro vita abbia un senso, che la loro esistenza trovi una collocazione nell'ordine dell'universo, che tra loro e l'assoluto si stabilisca un contatto. Il totalitarismo, a differenza della democrazia, ambisce a soddisfare tali bisogni e, per questa ragione, è stato liberamente scelto dalle popolazioni interessate. Lenin, Stalin e Hitler sono stati desiderati e amati dalle masse, non bisogna dimenticarlo.
Le democrazie, a costo di mettere in pericolo la propria esistenza, non hanno il diritto di ignorare il bisogno umano di trascendenza. Come evitare che esso conduca a catastrofi comparabili a quelle provocate dal totalitarismo nel XX secolo? Non ignorandolo, ma distinguendolo risolutamente dall'ordine sociale. L'assoluto non va d'accordo con le strutture dello stato; ciò non significa che esso debba scomparire. Il messaggio originale di Cristo era chiaro: «Il mio regno non è di questo mondo»; ciò non significa che il regno non esista. Tale messaggio è stato messo tra parentesi per molti secoli, dal momento che il cristianesimo è diventato una religione di stato. Nel nostro tempo il rapporto con la trascendenza non è meno necessario che in passato; per evitare la deriva totalitaria, deve rimanere estraneo ai programmi politici (non costruiremo mai il paradiso in terra), ma illuminare dall'interno la vita di ognuno. Si può raggiungere l'estasi di fronte a un'opera d'arte o a un paesaggio, pregando o meditando, praticando la filosofia o guardando ridere un bambino. La democrazia non soddisfa il bisogno di salvazione o di assoluto; essa non può tuttavia permettersi di ignorarne l'esistenza.Tale è, a mio parere, una delle lezioni di questo “secolo delle Tenebre""
Ma dici a me?
RispondiEliminaScherzi a parte, Aù bello, posa la clava e rileggi, che poi magari ne riparliamo... sempre che nel frattempo io non rinsavisca ;-)
Boh... ho riletto. E continuo a pensare le stesse cose di prima. Deve essere che noi primitivi siamo proprio dei capoccioni. Poi io come Neandertal sono anche estinto, pensa un po'!
RispondiEliminaCiao Auro, rieccomi qua, nient'affatto rinsavito.
RispondiEliminaVedo che è un po' che non scrivi. Sei ancora da queste parti e in buona salute come spero o - dopo il tuo improvvido coming out - quei fetenti di sapiens sono venuti a randellarti la canuta e dura capocciona di superstite neandarthaliano?