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martedì 15 giugno 2010

La morte di Sanaa e la superficialità degli invasori

In un bel libro di Umberto Galimberti che ho già citato in un post precedente, trovo un altro brano che mi sento di sottoscrivere dalla prima all'ultima parola:
Quanto sento dire, con molta superficialità, che bisogna liberare le donne mediorientali dal burqa o dal velo, mi domando sempre se coloro che lo chiedono sanno quali macchine antropologiche e psicologiche, per non parlare delle macchine che governano l'organizzazione familiare e sociale, occorre terremotare. Perché non basta dire "democrazia" e pretendere addirittura di esportarla, se a una cultura non si lascia il tempo necessario alla sua evoluzione, soprattutto in tema di emancipazione sessuale che, di tutte le rivoluzioni, è la più decisiva, quella che più incide nelle trasformazioni sociali. Solo la superficialità della cultura americana può ignorare queste cose. E noi al seguito.
La riflessione di Galimberti mi aiuta a dipanare i sentimenti contrastanti che mi suscitano recenti fatti di cronaca: per esempio la condanna all'ergastolo di El Kataoui Dafani, marocchino residente in Italia che nel 2009 uccise barbaramente la figlia Sanaa (la bella ragazza della foto in alto), perché non riusciva a imporle il rispetto dei costumi musulmani a cui la sua famiglia - nonostante l'emigrazione in Italia - si sforzava di attenersi.

Per chi è nato e vissuto in Italia, è facile accogliere questa condanna con una sorta di rozzo compiacimento: il barbaro medioevale è stato punito, l'assassino che ha quasi decapitato la figlia e ferito il fidanzato che cercava di difenderla ha avuto quel che meritava.

Ma simili giudizi affettati in punta di machete sono forse altrettanto barbari quanto quell'omicidio, perché non fanno il minimo sforzo di immedesimazione per cercare di capire le ragioni di quell'uomo e della sua tragica scelta finale.

Dopo la sentenza di condanna all'ergastolo, secondo quanto scrive Il Piccolo di Trieste,
L’imputato accenna un sorriso amaro. E parla per la prima volta: «Amo mia figlia Sanaa. Chiedo scusa a mia moglie, alle mie figlie, a Massimo De Biasio».
Nessun odio per la figlia, dunque, e, a quanto pare, neppure per il fidanzato di lei Massimo De Biasio. Ma per capire davvero, occorre leggere le dichiarazioni rilasciate pochi giorni dopo l'assassinio da Fatna Sharok, 39 anni, moglie dell’omicida e madre di Sanaa:
Secondo la donna, da quando Sanaa era andata a convivere con Massimo De Biasio, «El Kataoui non dormiva, restava sveglio fino alle 4 di mattina, non mangiava, fumava sempre, era sempre arrabbiato e voleva vedere la figlia». Ma lei, al contrario di quanto si possa pensare, non lo condanna: «Mio marito voleva bene a Sanaa: forse lei ha sbagliato. Sono disposta a perdonare mio marito, si, si, si, tante volte si. È mio marito, è il padre dei miei bambini. Sanaa vestiva bene, mangiava bene solo che lui non voleva che andasse la sera con i ragazzi brutti o con gli amici. Mio marito voleva bene a Sanaa. Forse lei ha sbagliato. Lui sempre le mandava i messaggi: vieni a casa. Voleva vedere mia figlia davanti a lui».
Prendiamo una famiglia vissuta all'interno di una cultura patriarcale e maschilista, in cui sussiste una rigida morale sessuale e una totale sottomissione delle donne al capofamiglia. Per ragioni di lavoro quella famiglia si trasferisce in Italia, dove, pur con tutti i limiti della nostra cultura, la donna è, al confronto, enormemente emancipata e la morale sessuale molto più libera. E' come se si innescasse una bomba a orologeria. Spesso per fortuna la bomba non esplode, si limita a borbottare e minacciare. Altre volte, invece, come nel caso di Sanaa e di Hina Salem, la bomba esplode e le conseguenze sono tragiche.

Ciò deve insegnarci una cosa, se vogliamo essere individui razionali e umani: gli abiti culturali in cui un gruppo è stato educato e ha a lungo vissuto non possono essere dismessi come si fa con un vestito sporco o lacero. Le proprie tradizioni culturali non possono essere portate in tintoria o, peggio, gettate nel cassonetto dell'immondizia. Ci vuole tempo, rispetto, dialogo e comprensione reciproca. Soprattutto tempo.

Con questo non voglio dire che il padre di Sanaa non deve pagare per l'omicidio della figlia né tantomeno che, per evitare guai, bisognerebbe chiudere le frontiere. Voglio dire, più semplicemente, che la legge e il giudizio degli italiani dovrebbero tener conto in qualche misura dello stato di disperazione in cui quell'uomo era finito, a causa del contrasto insanabile tra le tradizioni avite - quell'abito culturale che il padre di Sanaa non era in grado di gettar via come un vestito vecchio - e i costumi sentimentali e sessuali, troppo differenti, del paese di emigrazione, immediatamente assorbiti invece dalla figlia, grazie alla sua gioventù e al suo spirito ribelle.

A maggior ragione, noi occidentali dovremmo avere la maturità per capire che l'invasione americana dell'Afghanistan, con gli europei al seguito, è una catastrofe storica frutto della più assoluta mancanza di scrupoli e della più totale incomprensione delle specificità culturali locali. Se è così difficile e doloroso per una famiglia marocchina che vive in Italia accettare i costumi italiani, come si può mai pensare che gli afghani rinuncino - nella loro terra! - al sistema politico tribale adottato da sempre e alle tradizioni culturali patriarcali e maschiliste largamente in uso presso la popolazione? Come si può soltanto immaginare che le armi degli eserciti invasori possano riuscire alla fine a instaurare un'autentica democrazia e possano convincere le famiglie talebane che esiste una morale sessuale migliore del burqa e della segregazione delle donne? Non stanno facendo altro, invece, da ormai quasi dieci anni, che rafforzare l'ideologia talebana e consegnare ai suoi rappresentanti in Afghanistan l'appoggio della popolazione e la convinzione di essere nel giusto.

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